L'ODIO di Pietro Pajetta
Le socie scrivono... Violenza senza tempo
Oggi pubblichiamo il terzo articolo, redatto da una socia del gruppo scrittura, all'interno del progetto "Orange the world 2023" su immagini iconografiche e storiche riferite a episodi di violenza sulle donne - progetto Violenza senza tempo.
L'autrice è la socia Gabriella Bassi.
L'ODIO di Pietro Pajetta
Il rapporto fra la pittura e la donna, rappresentata come sottomessa, inferiore, oggetto appartenente in tutto e per tutto all'uomo, risente delle epoche e della cultura coeva. Mi è sembrato interessante questo dipinto di Pietro Pajetta (1845 – 1911) dove il desiderio per la donna, oggetto della propria ossessione, non si placa nemmeno dopo la sua morte.
Rifacendosi al famoso Canto dell'Odio di Olindo Guerrini, che invoca altri supplizi e mortificazioni della carne, altra morte oltre la morte della amata (si dice addirittura che fosse rivolta alla Regina Margherita), Pajetta rappresenta in modo drammatico, macabro e quasi satanico, la insana passione per la donna amata (diciamo così) che in qualche modo gli si era sottratta.
La frustrazione della perdita diventa collera feroce, insana, incattivita dalla impotenza del poterle dare lui stesso, la morte. Perché la morte stessa ha strappato all'uomo la sua vendetta ed egli altro non può fare che ucciderla altre mille volte.Assumendo la simbologia del dipinto, pur considerando diversità temporali e culturali, trovo forti analogie con gli efferati delitti che la cronaca quotidiana, purtroppo, non ci risparmia. Sempre c'è una donna che si sottrae, che si nega. Sempre c'è un sentimento d'amore frainteso con il possesso, sempre il senso dell'onta, sempre il desiderio di cancellarla, annientarla.
Ecco le dieci, cento, mille pugnalate, ecco lo smembramento, ecco tutti i tentativi per cancellarne l'esistenza. Se non sei mia, non sei. Non esisti. Darle la morte nemmeno basta.
Il dipinto è agghiacciante, perché la rappresentazione è più forte della descrizione. Il suo simbolismo, però, non si allontana molto da certe realtà. Se il Guerrini e il Pajetta, osano, quasi in blasfemia, esasperando il concetto romantico-decadente di amore e morte, chi davvero uccide la sua compagna, la madre dei suoi figli, la giovane dea uscita dallo scrigno, ripete un rito ancestrale e orrendo. Una vittima sacrificale, ignara del mostro che le vive accanto.
Canto dell'Odio di Olindo Guerrieri
Quando tu dormirai dimenticata sotto la terra grassa
E la croce di Dio sarà piantata ritta sulla tua cassa
Quando ti coleran marce le gote entro i denti malfermi
E nelle occhiaie tue fetenti e vuote brulicheranno i vermi
Per te quel sonno che per altri è pace sarà strazio novello
E un rimorso verrà freddo, tenace, a morderti il cervello.
Un rimorso acutissimo ed atroce verrà nella tua fossa
A dispetto di Dio, della sua croce, a rosicchiarti l'ossa.
Io sarò quel rimorso.
Io te cercando entro la notte cupa, Lamia che fugge il dì,
verrò latrando come latra una lupa;
Io con quest'ugne scaverò la terra per te fatta letame
E il turpe legno schioderò che serra la tua carogna infame.
Oh, come nel tuo core ancor vermiglio sazierò l'odio antico,
Oh, con che gioia affonderò l'artiglio nel tuo ventre impudico!
Sul tuo putrido ventre accoccolato io poserò in eterno,
Spettro della vendetta e del peccato, spavento dell'inferno:
Ed all'orecchio tuo che fu sì bello sussurrerò implacato
Detti che bruceranno il tuo cervello come un ferro infocato.
Quando tu mi dirai: perché mi mordi e di velen m'imbevi?
Io ti risponderò: non ti ricordi che bei capelli avevi?
Non ti ricordi dei capelli biondi che ti coprian le spalle e degli occhi nerissimi, profondi, pieni di fiamme gialle?
E delle audacie del tuo busto e della opulenza dell'anca?
Non ti ricordi più com'eri bella,provocatrice e bianca?
Ma non sei dunque tu che nudo il pettoagli occhi altrui porgesti
E, spumante Liscisca, entro al tuo letto passar la via facesti?
Ma non sei tu che agli ebbri ed ai soldati spalancasti le braccia, Che discendesti a baci innominati e a me ridesti in faccia?
Ed io t'amavo, ed io ti son caduto pregando innanzi e, vedi,
quando tu mi guardavi, avrei voluto morir sotto a' tuoi piedi.
Perché negare - a me che pur t' amavo - uno sguardo gentile, quando per te mi sarei fatto schiavo, mi sarei fatto vile?
Perché m'hai detto no quando carponi misericordia chiesi,
e sulla strada intanto i tuoi lenoni aspettavan gl'inglesi?
Hai riso? Senti! Dal sepolcro cavo questa tua rea carogna, nuda la carne tua che tanto amavo l'inchiodo sulla gogna,
E son la gogna i versi ov'io ti danno al vituperio eterno, a pene che rimpianger ti faranno le pene dell'inferno.
Qui rimorir ti faccio, o maledetta, piano a colpi di spillo, e la vergogna tua, la mia vendetta tra gli occhi ti sigillo.
Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini) Sant'Alberto di Romagna 1845 Bologna 1916.
Link: Paolo Poli legge (mirabilmente) Il Canto dell'Odio




