Soroptimist Arezzo

23 novembre 2022

Arezzo e le sue donne


Passeggiata alla scoperta di donne aretine emergenti nella storia

Nel pomeriggio del 23 novembre, il Club Arezzo ha dedicato una passeggiata urbana a figure femminili, di ogni epoca e condizione, nate o vissute nel territorio aretino, entrate nella memoria collettiva per il loro impegno: il tour per le vie cittadine, guidato da Laura Bonechi di Confguide-Arezzo, ha toccato luoghi simbolici della città in cui ripercorrere le loro storie, dall’antichità al Novecento: da Sulpicia, poetessa romana, attraverso le vicende letterarie medievali della leggendaria eroina Ippolita degli Azzi e della boccaccesca Monna Ghita, passando per Nicolosa Bacci, giovanissima moglie di Vasari e poi Faustina degli Azzi, poetessa arcadica, fino a Marie Louise Berneri, militante anarchica, ed a Maria Bonini Fiumicelli, radiologa antesignana, associando a ognuna una specifica qualità: eroismo, coraggio, astuzia, dedizione, emancipazione.


Il viaggio alla scoperta delle più celebri figure femminili che hanno segnato la storia aretina, contraddistinte dalla loro emancipazione e intraprendenza, pur nella diversità di epoche e attitudini, legate dalla volontà di superare le inibizioni imposte dalla società, si è svolto seguendo un percorso urbano definito attraverso l’individuazione di luoghi simbolici ad esse collegati.

Il percorso è iniziato presso le mura urbane nella zona a nord, dietro San Domenico (lungo la passeggiata intitolata ad Anna Maria Maetzke) per ricordare Ippolita degli Azzi, leggendaria condottiera ed eroina (paragonabile a una Giovanna d’Arco locale), anima della resistenza aretina contro l’esercito fiorentino dopo la sconfitta di Campaldino (11 giugno 1289), le cui gesta, mancando tracce storiche in grado di avvalorarne l’esistenza, furono costruite a partire dall’Ottocento, in un crescendo di interesse, fino ad intitolarle una via cittadina. Come indica il nome Ippolita – nella mitologia greca regina delle Amazzoni – la figura è legata alla narrazione della donna guerriera, che unisce varie culture e stili letterari. Gli aretini sgominati nella battaglia di Campaldino, avendo perso la propria indipendenza, cercavano una figura attraverso la quale riscattarsi: la nobildonna, il cui sposo era deceduto a Campaldino, giurata vendetta contro i nemici, avrebbe guidato la difesa della città, radunando tutta la popolazione, ormai ridotta solo a donne, vecchi e ragazzi, al sopraggiungere delle armate guelfe. Se pur invitati ad una disperata difesa, tuttavia gli aretini sarebbero riusciti a contenere i nemici fiorentini, rimasti quasi in ammirazione per il suo coraggio, senza che Ippolita indietreggiasse, neppure quando i guelfi catturato il figlio Azzolino avrebbero minacciato di tagliargli la gola davanti a lei se non si fosse arresa.

Rientrando in città la successiva tappa è stata effettuata in via dell’Orto, davanti alla casa del Petrarca presso il Pozzo detto di Tofano e Monna Ghita, celebre nella tradizione aretina per esser considerato quello citato da Giovanni Boccaccio nella novella quarta della settima giornata del Decameron (1349-51). La bella Ghita, «data per moglie» al ricco aretino Tofano, smodato bevitore divenuto anche ingiustificatamente geloso, esasperata dalla situazione decise di giocare d’astuzia e, non potendo guarirlo dal primo vizio, pensò di trarre vantaggio dal secondo, tradendolo ripetutamente con un giovane amante, dopo averlo fatto ubriacare. Infine l’uomo, sospettando l’infedeltà, la chiuse fuori di casa, senza cedere alle suppliche di Ghita al suo rientro, ma svergognandola pubblicamente dalla finestra: Ghita minacciando allora di gettarsi nel vicino pozzo, approfittò dell’oscurità per fingere il suicidio buttando nell’acqua una grossa pietra. Al rumore così provocato, Tofano si precipitò fuori per salvarla restando gabbato dalla moglie che prontamente si infilò in casa e, sprangata la porta, invertì le parti. Deriso e malmenato dai parenti, Tofano guarirà dalla gelosia, riportando infine pace in famiglia.

In prossimità del cinquecentesco Palazzo degli Azzi di via Mazzini, è stata rievocata un’altra figura appartenuta alla nobile famiglia aretina: Faustina degli Azzi nei Forti (1650-1724) poetessa che si distinse per l’opera “Serto poetico” pubblicata ad Arezzo coi tipi di Lazzaro Loreti nel 1697, dedicata alla gran principessa di Toscana Violante di Baviera. Divenuta celebre, Faustina fu accolta il 28 settembre 1691 nell’Arcadia (accademia letteraria fondata a Roma nel 1690) con il nome di Selvaggia Eurinomia e quindi fu inserita anche tra gli Accademici Forzati di Arezzo con lo pseudonimo di Confusa. Massima esponente di una famiglia di letterati e storici, la sua raccolta di poesie, simboleggiata da una ghirlanda di fiori con al suo interno un fuso e una spada incrociati, rappresenta colei che non si arrende di fronte al maschilismo imperante che negava alle donne il diritto allo studio.

Quindi il gruppo si è spostato nella chiesa della Badia benedettina delle SS. Flora e Lucilla per ammirare Nicolosa Bacci – della nobile famiglia aretina discendente dei committenti degli affreschi pierfrancescani in San Francesco – giovanissima moglie di Giorgio Vasari (1511-74), attraverso il ritratto della coppia (1563-64), in cui gli sposi sono rispettivamente raffigurati, da Vasari stesso, nelle vesti di San Lazzaro e Maria Maddalena, dipinto sul fianco sinistro del monumentale altare della Famiglia Vasari, già realizzato dall’artista per la Pieve di S. Maria di Arezzo e dal 1865 rimontato in Badia. Il matrimonio celebrato nel 1549 tra l’appena undicenne “Cosina”, come veniva affettuosamente chiamata, e l’artista, ormai trentottenne, fu combinato dal cardinale Giovanni Maria Ciocchi dal Monte (futuro papa Giulio III) e accettato dal padre Francesco Bacci per coprire la relazione di Vasari con sua figlia maggiore Maddalena, con cui aveva generato due figli: la piccola Cosina per due anni visse ancora in famiglia con i genitori, per poi trasferirsi nella casa in Borgo San Vito (oggi via XX Settembre) «un sito da fare orti bellissimi [...] nella migliore aria della città», che l’artista aveva realizzato, in previsione del matrimonio, dove peraltro Vasari, impegnatissimo tra Roma e Firenze, visse per brevi periodi, lasciandola lungamente sola: sposa ufficiale e di rappresentanza, assoluto esempio di dedizione matrimoniale, Cosina fu immortalata dal celebre coniuge anche in un affresco nella Camera di Apollo e delle Muse (1548).

Passando per la scalinata tra le Poste e il Teatro Petrarca, recentemente intitolata all'intellettuale anarchico Camillo Berneri (1897-1937) che frequentò il liceo aretino, il ricordo è legato alla scrittrice Maria Luisa Berneri (1918-1949), primogenita di Camillo e di Giovanna Caleffi, ebrei libertari presto costretti a far espatriare la famiglia in Francia per motivi politici, data l’accoglienza offerta a noti antifascisti: a Parigi Maria Luisa intraprese studi di psicologia e francesizzò il proprio nome in Marie Louise, forse per una forma di rimozione dei rapporti con la terra d'origine che li aveva respinti. La Berneri, aretina di nascita, trasferitasi a Londra nel 1936 con il compagno, l’attivista anarchico Vernon Richards, divenne una nota militante anarchica, molto attiva a favore dei profughi spagnoli rifugiatisi in Inghilterra. Oltre alle tematiche politiche si occupò anche di letteratura e di psicologia infantile, di pittura e fotografia, con un’intensa attività giornalistica. Il suo inserimento nella casa editrice Freedom Press e la redazione di importanti periodici libertari come Spain and the World (1936), Freedom e War Commentary (1945), di cui fu una delle fondatrici con decisa posizione antimilitarista, le ha consentito di dare spessore propagandistico e teorico alla propria militanza anarchica. Nel 1945 venne processata per attività sediziosa e incitamento alla diserzione, data la sua ferma opposizione alla guerra. Per la precoce morte a Londra nel 1949, a soli 31 anni, nel pieno delle potenzialità intellettuali e politiche, sono rimasti irrealizzati numerosi progetti, pur essendo uscito postumo Journey through Utopia (1950) un’analisi e rassegna del valore libertario della tradizione utopica che costituisce il suo più importante contributo politico-letterario.

Presso l’anfiteatro è stata ricordata Sulpicia (fine I sec. a. C.), l’aristocratica poetessa romana di età augustea, figlia dell’oratore Servio Sulpicio Rufo e nipote dell’omonimo giurista, introdotta nei circoli intellettuali e letterari, tra cui quello fondato dal generale Messalla, suo zio e tutore, al seguito del quale, la fanciulla, nata e vissuta a Roma, trascorreva a malincuore soggiorni nella villa ubicata nella campagna aretina. Interessante testimonianza letteraria femminile della latinità, Sulpicia è l’unica autrice del mondo antico (tra le numerose altre misconosciute dopo la caduta dell’Impero) di cui si siano conservate sei brevi elegie (per un totale di quaranta versi) tra i componimenti della cosiddetta Appendix Tibulliana (il terzo libro del Corpus Tibullianum), che costituiscono un piccolo canzoniere d’amore contrastato indirizzato all’innamorato Cerinto. Il caso di Sulpicia è interessante sia per l’opera in sé, che per la storia della sua ricezione e riscoperta nel Novecento: emerge la figura di una donna determinata ed emancipata, «una di quelle donne che, all'epoca, avevano preso a vivere secondo un nuovo modello, rifiutando le regole. Tra di esse, Sulpicia ebbe forse più coraggio delle altre. Certamente, ebbe più possibilità di scegliere, ed ebbe più protezione [...] e, per nostra fortuna, ebbe non solo la possibilità e la capacità di scrivere di sé, ma anche la ventura di non essere cancellata dal ricordo» (E. Cantarella, Passato prossimo. Donne romane..., 2009).

Infine il giro si è concluso in piazza S. Agostino, in prossimità dello studio radiologico di famiglia – un’istituzione per la città – con la menzione di Nella Maria Bonini in Fiumicelli (1901-1987), prima donna radiologo italiana. Originaria delle Marche, specializzata inizialmente in pediatria, conseguì un’ulteriore specializzazione in radiologia con il prof. Palmieri, quando questo settore era ancora in evoluzione, acquisendo il primato a livello nazionale, oltre ad essere anche la prima donna medico aretina iscritta all’Ordine provinciale dei medici. Si era trasferita ad Arezzo con il marito, Fiumicello Fiumicelli (1898-1962) – primo sindaco di estrazione fascista di Arezzo (1923-24), mutilato di guerra insignito di due croci al merito, medico radiologo e docente di Radiologia – conosciuto alla Facoltà di medicina dell’Università degli studi di Bologna: nel 1929 aprirono il primo studio radiologico privato della città. È stata consulente dell’INAIL per circa trent’anni. Si è occupata di radioterapia applicandola in particolare nel trattamento del carcinoma del collo dell’utero, a quel tempo particolarmente frequente. Ha lavorato nello studio di famiglia fino all’età di ottanta anni ed ha pubblicato importanti studi: per l'impegno profuso dalla dottoressa nella professione e nella ricerca è stata proposta da “Azzurro Donna” l’intitolazione di una strada a suo nome come «esempio di investimento educativo e sensibilizzazione a favore della scienza».

A conclusione della serata, piacevole aperitivo presso il concept store Sugar, all’interno di Palazzo Lambardi, in Corso Italia.



AUTORE: Anna Pincelli - Club Arezzo

PRESIDENZA: Giovanna Guercio


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